Artista

Il Materialismo sensibile

Opere 2018

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Consumismo 20×22 cm

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Giallo limone 26×51 cm

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Immigrato 90×37 cm

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Mare 90×145 cm

Materia 9pz 25,5x25,5 cm

Materia 9pz 25,5×25,5 cm

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Materia 36×36 cm

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Movimento 37×28 cm

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Occhio 50×40 cm

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Omaggio a Leonardo da Vinci 110×85 cm

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Porsche 104×160 cm

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Selfie 70×50 cm

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Senza titolo 19×25 cm

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Trittico 3pz 20×30 cm


Opere 2014


Opere 2013


Opere 2011-2012


Opere 2006-2010


Opere 200-2005


Toccare con gli occhi, vedere con le mani

L’esperienza tattile è la prima lettura della realtà che ci circonda. Solo successivamente si impara a vedere, e con il tatto si possono correggere le imprecisioni della vista.

“Vedere” un dipinto con il tatto significa leggere nei suoi segni concreti e invisibili, percepirlo come modello conoscitivo senza dimenticare il coinvolgimento dei sensi, la freschezza delle emozioni e la funzione dell’intelletto, fattori indispensabili al cospetto dell’arte.
Superata la prima fase pittorica impostata su una pittura tradizionale di connotazione macchiaiola, classicamente bidimensionale, tutta l’opera seguente di Bruno Florio è caratterizzata da una continua aspirazione alla tridimensionalità, in una ricerca coinvolgente materiali semplici e “poveri”, quali i tessuti, la colla, la sabbia, approdando altresì, in parte delle realizzazioni, ad un linguaggio espressivo di tipo astratto.
Il progetto creativo dell’artista ha una originalità inconfutabile, che si identifica nella sforzo di mettere in scena un modello percettivo attivo e dinamico che coinvolge l’osservatore, in questo caso “osservatore”, attraverso ritmi fisici e vibrazioni tattili della materia. Con riferimento a tali connotazioni della sua arte, si è in passato coniata la felice espressione di “Materialismo Sensibile”, che sentiamo senz’altro di condividere e che facciamo nostra.
Qual è il suo stile? Pittura materica, informale, art brut, pop… sono categorie che non appartengono al suo modo di avvicinarsi all’arte. Quel che è certo, è che nel percorso di Florio si è andata delineando col tempo una matrice via via più autentica e personale. Lanciandosi in una sperimentazione creativa libera, senza limiti nè riserve, l’artista indaga le possibilità espressive del tessuto che, dopo essere stato imbevuto di colla, viene subito manipolato, drappeggiato, plasmato con i polpastrelli, al fine di concretizzazione una forma che, inevitabilmente, “in parte viene cercata, in parte viene fuori da sé”. Bruno Florio si dà alla materia, la vive su se stesso con istintiva gestualità. Non sono consentite esitazioni, né ripensamenti: il processo di essiccazione della colla non aspetta nessuno.
I rilievi che si producono trasformano le superfici piatte in volumi che si protendono nello spazio fino a conquistare luce e dimensione, conferendo corporeità all’opera finale, nella simbiosi tra creatività e tecnica, concettualità e materialità, senso e pensiero. Si rivela, in definitiva, ai nostri occhi una dimensione nuova, oseremmo dire umanizzata, del tessuto.
Nella creazione dell’opera l’aggiunta del colore è punto di conflitto. Viene dopo, non solo in senso temporale, ma anche in senso concettuale ed emotivo: è aggiunta di sapore, spezia rara. Al cospetto di una composizione in cui il rilievo materico e’ esaltato dall’accensione cromatica, ci colpisce in particolare la vibrazione intensa del colore rosso, che conferisce l’effetto di un grande dominio, il senso di un’energia che, attraverso gli effetti della luce sulle superfici irregolari,diventa il vero soggetto della rappresentazione (come in “Passione ed energia”). Evidente la sapienza con la quale si costruisce, quasi magicamente, il gioco dei vuoti e dei pieni, la solidità dei volumi, il continuo riproporsi su improvvise variazioni del rapporto figura-sfondo, il raffinato gioco di contrasti tra zone scure e zone luminose.
Elemento assai ricorrente nelle rappresentazioni astratte di Florio sono le biglie vitree, collocate non sotto la superficie tissutale, ma in splendida evidenza al di sopra di essa.
E’ noto il carattere emblematico ricollegato alla sfera, simbolo per gli antichi filosofi di perfezione dettata dal Divino, della vita che inizia e finisce in un ciclo continuo, rappresentazione del cosmo, nostalgia perenne del grembo materno… Certamente Florio non è immune al fascino esercitato da questa simbologia, ma nelle sue creazioni le perle svolgono un ruolo ulteriore di fondamentale importanza: assurgono a veri e propri punti focali dell’opera, conferiscono dinamismo all’intera composizione, svolgendo una funzione “perturbante” rispetto alle pieghe prodotte dalla stoffa, che in alcune opere di paesaggio vanno a simboleggiare il vento.
Le sfere ingenerano inoltre nei confronti dell’artista, come egli stesso ha confidato, una certa attrattiva per il fatto di non poter essere manipolate, a differenza del substrato su cui poggiano, e questo non solo per la durezza del materiale di cui sono costituite, ma anche, forse soprattutto, per il timore reverenziale suscitato dalla perfetta compiutezza della loro forma.
Nelle figure, particolarmente riuscite quelle femminili, pare quasi percepirsi l’esigenza da parte dell’artista di impossessarsi delle forme che l’umano e i suoi dintorni presentano al primo sguardo. Tutto è trattato secondo le leggi della essenzializzazione della forma, del mostrare e del nascondere, tutto è rivolto a far emergere una anatomia che non sia totalmente conforme alla realtà, senza però mai eluderne il senso armonico, mentre la luce si insinua nelle sagome delle figure e ne evidenzia la solidità volumetrica.
E’ una caratterizzazione dei corpi funzionale alla ricerca di un sentimento estetico, di una ideale bellezza delle forme, valgano per tutte le seducenti “Tango” e “Nudo di donna”, da cui promana una sensualità naturale, esente da cerebrali erotismi e da implicazioni freudiane.
Assai caro all’artista, per il carico di rimandi evocativi che porta con sé, è il tema della maschera. Le sue maschere, con tutta evidenza, ci richiamano alla memoria quelle veneziane del periodo carnevalesco, ma al di là di una pura valenza estetica, si comprende una sottesa volontà di svolgere una riflessione che verte sull’archetipo del doppio, sulla ambivalenza della maschera quale strumento di alterazione dell’identità personale. In un mondo in crisi che ha bisogno di sicurezze e certezze stabili, tutti noi, a prescindere dalla consapevolezza che possiamo averne, riveliamo un’identità alterata, nascosti, come siamo, dietro a maschere fittizie che siamo abituati ad indossare.
Affannosa ricerca di un’entità rassicurante dietro cui nascondersi, per non rivelare le proprie fragilità? Semplice copertura che legittima chi la indossa a comportarsi in maniera libera da ogni condizionamento? Oppure pirandelliana cancellazione di una identità al fine di crearne una nuova, differente modo di porsi davanti alla vita o agli individui a seconda delle circostanze? Probabilmente si tratta di tutto questo, e forse anche di più. Anche l’occhio meno educato risulta particolarmente attratto dai lavori di Florio che consistono nella rivisitazione e reinterpretazione in chiave personale, siamo tentati di dire “reinvenzione”, di capolavori di grandi maestri del Rinascimento italiano, quali Leonardo da Vinci e Michelangelo. Contro l’estremismo linguistico ed il cattivo gusto di certe correnti contemporanee, Florio sembra volerci ricordare che l’arte è sempre stata e sempre sarà bellezza, e che la bellezza è equilibrio, armonia, compostezza. Mentre gli artisti pop americani attingevano giocoforza a quello che era il loro immaginario collettivo, fatto di oggetti di consumo, in Italia si convive da sempre con una cultura talmente ricca che le opere d’arte stesse divengono simboli da assumere come fonte di ispirazione.
Pur avvertendo forte il legame con il patrimonio storico dell’arte, pur con una doverosa dose di umiltà, ai capolavori del passato l’artista non si approccia in chiave citazionista, ma li reinterpreta forte di un linguaggio personalissimo (“La MIA Gioconda”), innovativo e dinamico che gli consente di pervenire a risultati estetici di indubbia originalità.
Fra le altre, negli ultimi periodi Florio è impegnato a lavorare ad una tematica che gli sta assai a cuore, quella della comunicazione veicolata dai mass media, con i pericoli di fenomeni distorsivi e degenerativi che essa porta con sé. L’artista è ben consapevole del fatto che tutti noi cittadini corriamo il rischio, purtroppo in gran parte già concretizzatosi, di essere vittime della manipolazione dell’informazione: il fine di fabbricare consenso stravolge e orienta la nostra percezione della realtà, conduce direttamente alla manomissione delle coscienze, ed in ultima analisi ci rende tutti inconsapevolmente consumatori coatti, creando falsi bisogni da dare in pasto alla moderna economia.
Le modalità con cui viene condotto questo processo sono ovviamente subdole, ne abbiamo una percezione nulla o comunque molto sfumata: ecco perché nell’opera “Codice binario” la sequenza dei numeri “0” ed “1”, sistema su cui si basa il funzionamento dei computer, va progressivamente a dissolversi… con un effetto reso ancora più efficace e suggestivo dalle sfuggenti caratteristiche di curvilineità del supporto della tela.
Ad ulteriore merito dell’artista va, infine, il fatto che in mostra curi sempre con grande attenzione la collocazione delle proprie opere, sia con riferimento all’intensità e all’incidenza della fonte luminosa, sia da un punto di vista strettamente spaziale: spesso è infatti sufficiente allontanarsi dalla frontalità della visione di un opera per avvertire nuove possibilità di lettura, per cogliere occasioni di percezione ulteriori, assolutamente non trascurabili in un’arte come quella di Florio che congiunge la costruzione analitica alla sensualità cromatica, il pensiero razionale all’emozione dello sguardo, la vista al tatto.
In definitiva, non è altro che il piacere del contatto, del “sentire”, dello sfiorare la materia.
A questo piacere, maturato durante lunghi anni di impegno creativo, Bruno Florio non rinuncia.
E non intendiamo farlo neanche noi.

Stefano Barbieri