Artista

Tessuti Emozionali

di Gianni Schiavon

Approdato alla pittura sul principio degli anni Novanta, Bruno Florio aveva rapidamente affinato, da autodidatta, un’abilità tecnica tale da permettere al suo nome di inserirsi subito tra quelli dei più promettenti artisti iperrealisti livornesi, con i paesaggi veneziani, e specialmente gli studi sui riflessi d’acqua, che gli erano valsi, almeno in ambito locale, i primi convincenti successi di critica e soprattutto di pubblico. Dallo studio attento ed appassionato della pittura antica, volto alla scoperta dei più reconditi segreti del disegno e del chiaroscuro celati nell’opera dei grandi maestri del Rinascimento e del Seicento italiani, avrebbe tuttavia progressivamente preso peso e corpo, nei lavori dell’italo-venezuelano, quella fascinazione esercitata dai panneggi realizzati da Leonardo, Raffaello, Giorgione e Michelangelo, da Bronzino e Pontormo, da Caravaggio ed i cosiddetti maestri caravaggeschi, che lo avrebbe presto indotto a compiere una svolta inaspettata quanto repentina nel proprio percorso artistico: quella brusca cesura testimoniata dalle opere del biennio 2002-2003 nelle quali l’attrazione per le stoffe dipinte sfociava nell’insopprimibile necessità di tentare un primo contatto, addirittura diretto – non mediato dallo strumento –, con il tessuto, e volto alla sperimentazione delle possibilità espressive e percettive delle stoffe stesse secondo un approccio che già era stato, nel secondo lustro degli anni Cinquanta del Novecento, tratto distintivo dei lavori del newyorkese Salvatore Scarpitta, il quale nei suoi Frames, per primo, aveva testato l’utilizzo della tela applicata al supporto in chiave non solo astrattiva, come già Alberto Burri al principio di quello stesso decennio, ma soprattutto tridimensionale e dinamica.

Da allora, dunque, la superficie, in tutta l’opera di Florio seguente a quei primi approcci, si sarebbe fatta anzitutto luogo – attraverso la stoffa imbevuta di collante che l’artista costantemente andrà applicandovi – di sperimentazione tattile: terreno nel quale imprimere e tracciare; spazio da plasmare e manipolare, da modellare e drappeggiare, nel tentativo di stabilire un contatto quasi osmotico con la materia stessa: una materia sulla quale scivolare percorrendone la pelle misteriosa e suadente, nella quale controllatamente abbandonarsi – un abbandono vigile, mai istintivo e gestuale – alla ricerca di volumi che si distendano nello spazio, che conquistino corpo e dimensione, e siano capaci di generare affioramenti di luci vigorose e precipizi d’ombre profonde, per mezzo delle anse, delle curve e delle serpentine, attraverso le scorrevolezze e le contrazioni del tessuto – che talora si impunta per poi sciogliersi come un abbraccio –, come mosso dalle biglie vitree che l’artista, subito, andrà applicando nei punti di tensione e di flessione a simulare un’azione dinamica delle sfere stesse, intese quali generatrici delle forze e delle trazioni operanti sulla superficie. Ma i percorsi, i sentieri per lo sguardo e la mente nei quali Florio suggerisce allo spettatore addentrarsi in quel continuo mutare dettato dalle possibilità ulteriori generate dalla tridimensionalità, e dunque dalle prospettive e l’incidenza delle luci, vivranno, da subito, anche d’un colore carico di valenze simboliche che, ancora nei lavori odierni, oscilla più sovente tra l’energia suggerita dagli spazi regnati dal rosso, ora carminio ora purpureo, all’infinito rammentato da quelli azzurri e blu, senza tralasciare le opere nelle quali il verde e l’azzurro, più o meno equamente, si spartiscono rispettivamente il campo inferiore e quello superiore della superficie, suggerendo paesaggi e campagne deliberatamente richiamate dall’artista negli stessi titoli di quei lavori. A fianco di queste opere perfettamente astratte, che certo costituiscono il nucleo principale e più vasto del cammino di Florio, non minor peso e successo vanterà, ad ogni modo, la lunga serie delle maschere veneziane, nelle quali l’artista, al di là delle valenze simboliche racchiuse nell’oggetto stesso (la maschera come rassicurante rifugio o come metafora delle molteplici identità della persona), e certamente affascinato dal raffinato splendore del carnevale lagunare, pare piuttosto intimamente allettato dalle possibilità concesse dal tema in questione d’esaltare la sensuale eleganza del proprio lavoro attraverso le stoffe che, per la prima volta nella sua opera, simulano semplicemente sé stesse, mentre le figure, completamente svuotate della loro corporeità – e dunque suggerite piuttosto che dalle vesti dai soli volti – si rivelano quasi un pretesto e soprattutto un rassicurante salvagente per l’osservatore meno avvezzo all’arte non figurativa. Un appiglio alla realtà che, analogamente, si ritrova nelle opere nelle quali il livornese, deliberatamente, omaggia e reinterpreta, non senza una buona dose di divertito compiacimento, i grandi capolavori della pittura e della scultura del Quattrocento e Cinquecento (da L’ultima cena e La Gioconda di Leonardo al Mosè e La Pietà di Michelangelo, alla Venere dormiente di Giorgione e Tiziano), e che come le maschere paiono voler introdurre l’osservatore all’interno di quell’universo ben più complesso e profondo che rappresentano i suoi lavori manifestamente astratti. Se l’opera di Florio prosegue ancor oggi questo percorso di citazione ed appropriazione delle più celebri immagini raccolte nel nostro immaginario collettivo, rivolgendosi adesso alle icone della società contemporanea eternate dalla Pop Art come l’ammiccante Marilyn Monroe esaltata già da Andy Wharol e lo sprezzante Comandante Ernesto “Che” Guevara immortalato sotto il titolo di Guerrillero Heroico nel ritratto fotografico di Alberto Korda, risalto particolare meritano, senz’altro, i lavori del 2010 ispirati ai fenomeni distorsivi, corruttivi e manipolatori messi in atto sulla comunicazione dai mass media, e nei quali l’artista, spingendosi alle soglie del concettuale, tocca probabilmente il vertice più alto della propria produzione, paradossalmente proprio spogliando la sua opera di ogni ammiccante sensualità – anche cromatica – e pervenendo ad una essenzializzazione della forma e del colore che lascia intravedere una ormai assolutamente matura sensibilità astratta che meriterebbe essere liberata ed espressa in tutta la sua forza. Ad ogni modo nessuno dei cammini di Florio è oggi interrotto, nessun terreno d’indagine, seppur già sondato, è aprioristicamente precluso, ed astrazione, astrazione concreta e figurazione si costeggiano, più sovente sovrapponendosi cronologicamente e solo raramente sospendendo l’una l’altra (come dimostrano, ad esempio, le opere dedicate alle profondità marine, talune, a tratti, quasi naturalistiche, ed eppure contemporanee alle icone pop ed ai lavori sulla comunicazione) perché l’artista, come si confà ad una personalità tremendamente inquieta come la sua, asseconda e segue semplicemente una necessità interiore di ricerca e d’espressione che, se non preclusa, sarà certamente foriera di ulteriori e fecondi sviluppi.

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